Medio Oriente: laicità
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Camille Eid, su
"Avvenire" del 18 novembre 2004
L'azione dell'occidente
nell'area e il rischio che aumenti l'integralismo, mentre non cresce un
Islam moderato. Il politologo libanese George Corm, nel suo recente
libro «L'egemonia americana nel vicino oriente» : "Il futuro dei
cristiani è in pericolo"
«Fino a
quando il diritto internazionale adottato in Medio Oriente applicherà
due pesi e due misure, non sarà possibile alcuna stabilità politica.
E i primi a soffrirne saranno, come al solito, le minoranze. Non può
esserci un criterio giuridico per l'Iraq, un altro per Israele e un
altro ancora per il Libano. O si applica ovunque lo stesso criterio o
bisogna lasciarci tranquilli». Questa la "filosofia di
base" di Georges Corm, noto intellettuale libanese, esposta nel
suo recentissimo libro L'egemonia americana nel Vicino Oriente (appena
edito da Jaca Book, pagine 384, euro 22) che costituisce il quarto
volume di un'opera volta a illustrare la lotta tra le potenze su
questa regione del mondo sin dal crollo dell'Impero ottomano. Corm, ha
insegnato pensiero politico arabo, sociologia dello sviluppo e storia
economica in varie università libanesi. È stato consulente della
Banca mondiale, dell'Unione europea e di altri organismi
internazionali, dal 1998 al 2000 ha ricoperto l'incarico di ministro
delle Finanze del governo libanese.
Professor
Corm, come si concilia il titolo del libro con la sua affermazione
secondo cui «i tentativi americani di creare un nuovo Medio Oriente
si sono rivelati inutili». L'egemonia è, a questo punto, solo un
progetto?
«Niente affatto. Se si esclude l'asse siro-iraniano, con la sua
appendice libanese, si constata che l'egemonia politica è totale. Dal
Golfo alla Palestina, all'Egitto e, beninteso, all'Iraq. Bisogna
essere troppo ingenui per essere ottimisti».
Ma in
Iraq si tratta di egemonia oppure di una prova di debolezza?
«C'è il rischio di un nuovo colonialismo. Gli americani devono stare
attenti a non favorire, con i loro errori, la nascita di una
resistenza. Si doveva realizzare una gestione più competente, simile
a quella messa in atto nel dopoguerra in Germania e in Giappone, con
una sincera preoccupazione per l'instaurazione della democrazia. Gli
americani avrebbero dovuto impedire i sac cheggi, evitare il congedo
dei militari, affidare la sicurezza alla polizia locale e organizzare
in fretta le elezioni. Tutti i mass media hanno poi parlato dell'Iraq
con una logica di divisione parlando di un Sud sciita, di un Nord
curdo e di un triangolo sunnita nonostante questa divisione vada
contro gli interessi americani».
Passando
alla Palestina, pensa che la morte di Arafat muoverà qualcosa?
«Potrà accentuare le divisioni nel campo palestinese. Ma
l'Occidente, già intervenuto a proteggere il Kosovo, la Bosnia o
Timor Est farà ben poco per i palestinesi. Dalla Dichiarazione di
Balfour e fino alla Road Map si constata che i diritti palestinesi
sono stati proclamati solo sulla carta. Nella misura in cui a
Washington governa una squadra che considera diritto legittimo di
Israele colonizzare i Territori è difficile prevedere un cambiamento
di rotta».
Il
Libano può invece sperare. La risoluzione 1559, promossa da Usa e
Francia, punta alla fine dell'influenza siriana, o no?
«Questa è una nuova deriva del diritto internazionale nel Medio
Oriente. Non abbiamo mai visto l'Onu vietare a uno Stato membro di
emendare la propria Costituzione. Se la spinta fosse davvero
democratica cosa dire allora del presidente tunisino che ha prorogato
il suo mandato per la quarta volta consecutiva, di Mubarak o di
Gheddafi?».
Ma
questo rinnovato interesse non deve disturbarla come libanese...
«Non mi piacciono i giochi cinici. Con la risoluzione 1559 gli
americani hanno voluto ridare luce verde ai "giocatori
regionali" per marcare dei punti sulla scena libanese. Nel 1989,
è stato lo stesso Consiglio di sicurezza ad avallare gli Accordi di
Taif, sostenendo così la nozione, aberrante in termine di diritto
internazionale, di "relazioni privilegiate" tra Libano e
Siria».
Cosa
dice invece della zona strategica del Golfo?
«Qui l'egemonia statunitense domina da decenni. In Arabia saudita, la
dinastia fa fatica ad adattarsi velocemente a i cambiamenti della
politica americana in Medio Oriente intervenuti dopo l'11 settembre la
quale sosteneva i movimenti radicali islamici e li incoraggiava a
inviare volontari nei Balcani o in Cecenia. C'è inoltre stato un
ironico ritorno di fiamma dei movimenti radicali contro i sauditi. Chi
semina il vento raccoglie la tempesta».
Molti
governi autocratici si presentano come una barriera al caos e al
fondamentalismo…
«Questo ricatto giova a loro come pure all'Occidente. Ma non potrà
andare avanti. I regimi politici arabi non sono pronti ad assistere a
introdurre riforme. Se lasciamo sviluppare la democrazia, dicono, ne
approfitteranno i fondamentalisti. Anzi, quando un laico tenta di
liberalizzare la giurisprudenza islamica è spesso il potere politico
che vi si oppone. D'altra parte, molti liberali arabi commettono
l'errore di seguire la logica occidentale di dire che il problema è
anzitutto interno quando si tratta, invece, di una correlazione
negativa tra fattori interni ed esterni. Fino a quando sarà aperta la
questione palestinese, non vedo come questa regione potrà placarsi e
diventare democratica».
Come
vede il futuro dei cristiani in quella zona?
«Più gli occidentali commettono errori, più il futuro dei cristiani
diventa instabile. Sono 150 anni che l'Occidente interviene in Medio
Oriente, ma questo non ha mai fermato l'emorragia dei cristiani».