Una comunità antica. 
Duemila anni di storia da Tommaso a Saddam

È arrivata via Internet la rivendicazione degli attacchi di due giorni fa contro le chiese in Iraq. «I nostri fratelli mujaheddin - scrive uno sconosciuto Comitato di pianificazione e attuazione in Iraq - hanno inferto dei colpi dolorosi alle tane dei Crociati, queste tane del male, della corruzione, del vizio e della cristianizzazione, facendo esplodere autobombe contro le chiese a Karrada, a Baghdad Jadida, Dura e Mosul».

Come in Pakistan dopo la guerra contro i taleban afghani, così in Iraq. Cristiani colpiti all’interno delle chiese perché identificati con gli occidentali. Eppure i cristiani dell’Iraq vantano una storia due volte millenaria, visto che la tradizione fa risalire le prime comunità di Mesopotamia alla predicazione dell’apostolo Tommaso, ritenuto il fondatore del cristianesimo in Iraq. Le prime conversioni si ebbero tra le consistenti comunità ebraiche che molta influenza lasciarono nel rito della Chiesa di Babilonia. Il dominio persiano spinse successivamente questa Chiesa ad adottare l’eresia nestoriana per sfuggire alle accuse di connivenza con il basileus bizantino.

I nestoriani poterono così diffondere il cristianesimo da Nisibi fino alla Cina. La conquista islamica segnò l’inizio di un declino, almeno a livello demografico. La storia ricorda, infatti, i dibattiti teologici svolti tra il califfo abbasside al-Mahdi (775-785) e il catholicos nestoriano Timoteo I, mentre le scienze e la letteratura arabe sono debitrici a parecchi cristiani iracheni: dal medico Yuhanna bin Masawayh a Giorgis bin Bakhtishu, membro di una famiglia che ha dato sei generazioni di medici, dal traduttore Hunayn bin Ishaq, che ha animato la «Dar al-Hikma» (la Casa della sapienza) fondata dal califfo al-Ma’mun, ai filosofi Abi Ra’ita di Tikrit e Yahya bin Uday, quest’ultimo autore di decine di libri tra cui vari commenti di Aristotele. 

Le comunità cristiane più numerose sono quelle di Baghdad e nelle città nel nord del Paese: Kirkuk, Irbil e Mosul, l’antica Ninive. Su 22 milioni di abitanti, i cristiani in Iraq sono il 3% della popolazione, circa 800 mila persone. I cristiani in Iraq appartengono a diversi riti: assiro nestoriano, siro-cattolico e i siro-ortodosso; ciascun rito rappresenta il 7% dei cristiani. Di numero più ridotto sono gli armeni ortodossi. I cattolici sono 260 mila, il 70% dei quali di rito caldeo. I cristiani hanno sempre avuto buone relazioni con la maggioranza musulmana nel Paese (il 97% degli iracheni sono di fede islamica): non si sono mai verificati episodi di violenza, discriminazione o intolleranza a livello sociale.

Ovviamente, accanto ai periodi di gloria ci furono anche periodi tragici. Tra questi si ricordano le persecuzioni del califfo al-Mutawakkil (847-861) che impose varie restrizioni ai cristiani del suo impero. Fino a quando, nel 1258, la caduta di Baghdad in mano ai mongoli non restituì ai cristiani un provvisorio quanto pericoloso periodo di libertà. Poco tempo dopo, l’Alta Mesopotamia cristiana sarà disputata tra gli Ottomani e i Sefevidi della Persia. Molti cristiani vennero abbandonati alle incursioni dei curdi, mentre altri preferirono passare all’islam per sfuggire alla difficile condizione di «dhimmi».

Un segnale di ripresa è rappresentato dal ritorno nel seno del cattolicesimo di buona parte dei nestoriani, che nel 1553 diedero origine alla Chiesa caldea. Di nuovo, il Novecento portò una serie di tragedie che minarono in profondità la secolare presenza cristiana: le promesse alleate – non mantenute – di autonomia nel primo dopoguerra, gli eccidi e gli esodi forzati a danno della comunità assira negli anni Trenta, la situazione precaria sotto la monarchia, la libertà sorvegliata sotto la dittatura del partito Baath, l’embargo e la rinnovata ondata migratoria verso terre lontane. Solo tra Chicago e Detroit si contano 150mila cristiani iracheni che hanno preso la strada dell’esilio. Un’emorragia questa, che rende ancor più precario il destino di chi decide di rimanere. 

Era il regime di Saddam Hussein, secondo mons. Jean Sleiman, arcivescovo dei latini di Baghdad, a causare “persecuzioni e repressioni contro i cristiani”, che si vedevano così costretti all’emigrazione verso l’estero – in particolare verso gli Stati Uniti e il Canada. Dopo la guerra del Golfo del 1991 ben 150 mila cristiani iracheni (1/6 del totale) è emigrata in Occidente per sfuggire alla politica di repressione di Saddam. Durante l’ultimo conflitto in Iraq - che ha portato alla caduta del regime baathista - molti cristiani iracheni si sono rifugiati in Giordania e attendono gli sviluppi della situazione politica per poter far rientro nella loro patria.
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[Fonte:
AsiaNews e "Avvenire" 3 agosto 2004]

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