Come in Pakistan dopo la guerra contro i taleban afghani, così in Iraq. Cristiani colpiti all’interno
delle chiese perché identificati con gli occidentali. Eppure i cristiani dell’Iraq vantano una storia due volte
millenaria, visto che la tradizione fa risalire le prime comunità di Mesopotamia alla predicazione dell’apostolo
Tommaso, ritenuto il fondatore del
cristianesimo in Iraq. Le prime conversioni si ebbero tra le consistenti comunità ebraiche che molta influenza lasciarono nel
rito della Chiesa di Babilonia. Il dominio persiano spinse successivamente questa Chiesa ad adottare l’eresia
nestoriana per sfuggire alle accuse di connivenza con il basileus bizantino.
I nestoriani poterono così diffondere il cristianesimo da Nisibi fino alla Cina. La conquista islamica segnò
l’inizio di un declino, almeno a livello demografico. La storia ricorda, infatti, i dibattiti teologici svolti tra
il califfo abbasside al-Mahdi (775-785) e il catholicos nestoriano Timoteo I, mentre le scienze e la letteratura
arabe sono debitrici a parecchi cristiani iracheni: dal medico Yuhanna bin Masawayh a Giorgis bin Bakhtishu, membro
di una famiglia che ha dato sei generazioni di medici, dal traduttore Hunayn bin Ishaq, che ha animato la «Dar
al-Hikma» (la Casa della sapienza) fondata dal califfo al-Ma’mun, ai filosofi Abi Ra’ita di Tikrit e Yahya bin
Uday, quest’ultimo autore di decine di libri tra cui vari commenti di Aristotele.
Le comunità cristiane più numerose sono
quelle di Baghdad e nelle città nel nord del Paese: Kirkuk, Irbil
e Mosul, l’antica Ninive. Su 22 milioni di abitanti, i cristiani in Iraq sono il 3% della
popolazione, circa 800 mila persone. I cristiani in Iraq
appartengono a diversi riti: assiro nestoriano, siro-cattolico e i
siro-ortodosso; ciascun rito rappresenta il 7% dei cristiani. Di
numero più ridotto sono gli armeni ortodossi. I cattolici sono
260 mila, il 70% dei quali di rito caldeo. I cristiani hanno
sempre avuto buone relazioni con la maggioranza musulmana nel
Paese (il 97% degli iracheni sono di fede islamica): non si sono
mai verificati episodi di violenza, discriminazione o intolleranza
a livello sociale.
Ovviamente, accanto ai periodi
di gloria ci furono anche periodi tragici. Tra questi si ricordano le persecuzioni del califfo al-Mutawakkil
(847-861) che impose varie restrizioni ai cristiani del suo impero. Fino a quando, nel 1258, la caduta di Baghdad in
mano ai mongoli non restituì ai cristiani un provvisorio quanto pericoloso periodo di libertà. Poco tempo dopo,
l’Alta Mesopotamia cristiana sarà disputata tra gli Ottomani e i Sefevidi della Persia. Molti cristiani vennero
abbandonati alle incursioni dei curdi, mentre altri preferirono passare all’islam per sfuggire alla difficile
condizione di «dhimmi».
Un segnale di ripresa è rappresentato dal ritorno nel seno del cattolicesimo di buona parte dei
nestoriani, che nel
1553 diedero origine alla Chiesa caldea. Di nuovo, il Novecento portò una serie di tragedie che minarono in
profondità la secolare presenza cristiana: le promesse alleate – non mantenute – di autonomia nel primo
dopoguerra, gli eccidi e gli esodi forzati a danno della comunità assira negli anni Trenta, la situazione precaria
sotto la monarchia, la libertà sorvegliata sotto la dittatura del partito
Baath, l’embargo e la rinnovata ondata
migratoria verso terre lontane. Solo tra Chicago e Detroit si contano 150mila cristiani iracheni che hanno preso la
strada dell’esilio. Un’emorragia questa, che rende ancor più precario il destino di chi decide di
rimanere.
Era il regime di Saddam Hussein, secondo mons.
Jean Sleiman, arcivescovo dei latini di Baghdad, a causare
“persecuzioni e repressioni contro i cristiani”, che si
vedevano così costretti all’emigrazione verso l’estero – in
particolare verso gli Stati Uniti e il Canada. Dopo la guerra del
Golfo del 1991 ben 150 mila cristiani iracheni (1/6 del totale) è
emigrata in Occidente per sfuggire alla politica di repressione di
Saddam. Durante l’ultimo conflitto in Iraq - che ha portato alla
caduta del regime baathista - molti cristiani iracheni si sono
rifugiati in Giordania e attendono gli sviluppi della situazione
politica per poter far rientro nella loro patria.
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[Fonte: AsiaNews
e "Avvenire" 3 agosto 2004]