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La riforma liturgica del Concilio Vaticano II

Relazione di Don Nicola Bux tenuta domenica 29 marzo 2009 a Monopoli in occasione della settimana di formazione liturgica

1. La sacra liturgia secondo il Concilio

La Chiesa è una realtà divino-umana, permanentemente rivolta al mistero di Gesù Cristo presente in mezzo a lei: intenta nella liturgia terrena che imita quella celeste. La distanza dal prototipo obbliga la Chiesa al rinnovamento di se stessa. E’ questo spirito che è all’origine anche della riforma liturgica del concilio. In essa innanzitutto risalta la natura e l’importanza della liturgia cattolica, il cui fine è la gloria e l’adorazione del Signore. Essa è il ‘luogo’ dell’incontro con le tre Persone divine, è l’incontro di Cristo con noi: la preghiera che egli, unito al corpo ecclesiale, rivolge al Padre è la voce della Sposa[1]; soprattutto "è l’opera della redenzione "[2] , atto del pellegrinaggio terreno [3] .

Capiamo da questi tratti essenziali che la liturgia non può replicare le mode del mondo, perché è una novità assoluta: il culto cristiano è Cristo nella sua divino-umanità ,[4] che ha introdotto nel mondo l’inno di lode al Padre [5]. Perciò in essa egli è presente [6]: lo Spirito rende possibile il suo sacrificio, in quanto egli, risorto, è entrato nel tempo una volta per sempre. Come dice la liturgia bizantina egli è

"l’offerente e l’offerto, il recipiente e il dono", Perché "niente nel suo essere o agire è passato per sempre, eccetto le modalità storiche della sua manifestazione" [7]

Bisogna pensare a questo quando si parla di ‘escatologia’ nella liturgia e della presenza reale da adorare nei Doni eucaristici. E’ in lui stesso, l’Unico, l’unicità dell’atto di culto della parola e dell’eucaristia [8].

La memoria di Cristo si fa ogni domenica e ogni giorno dell’anno, sicché la liturgia

"non è una rappresentazione fredda e priva di vita degli eventi del passato o un semplice e vuoto ricordo di un tempo passato. Ma piuttosto Cristo stesso sempre vivente nella sua Chiesa" [9]

E’ questo l’esercizio del suo sacerdozio [10] grazie allo Spirito che espande l’energia divina, la grazia [11]; così la presenza di Cristo cambia nel suo essere l’uomo, toccando e santificando tutti i momenti della vita [12], unendo gli uomini e proponendo la Chiesa quale segno di salvezza che raccoglie i dispersi [13]. Dunque, si capisce meglio la celebre frase che la liturgia è “fonte e culmine”.

2. La parte immutabile della liturgia

Il più antico racconto delle apparizioni del Risorto a più di cinquecento persone (1 Cor 15,36) mostra che la Chiesa è convocazione; il termine assemblea per non essere equivocato in senso democratico, deve essere completato: essa è convocata da Cristo; la “chiamata da ogni parte”, ek- klesis, è l’etimologia della parola Chiesa.

E’ proprio essa, la Chiesa, l’opera della redenzione; perciò esige una coscienza, una consapevolezza d’esserne parte per poter prender parte alla liturgia; ne consegue la necessità della formazione dei fedeli e in particolare del clero [14], a cominciare dall’iniziazione, passando per il catechismo fino al seminario; questo è anche lo scopo dell’adattamento delle forme liturgiche. Se la formazione punta sulla consapevolezza sorgiva di essere corpo ecclesiale, la partecipazione diventa attiva e fruttuosa [15], fino ad offrire al Signore l’offerta di noi stessi perché ci faccia diventare offerta eterna [16]. Siccome la partecipazione non può prescindere dall’itinerario sacramentale [17] ad un tempo “fonte e culmine” della vita cristiana, essa deve tendere alla perfezione che è la comunione [18] e ne stabilisce le condizioni, innanzitutto la fede. Educare alla partecipazione significa educare alla fede, cioè a rispondere alla grazia divina, sia in modo individuale che ecclesiale (cfr 1 Gv 1,1-4); la fede individuale riposa nel corpo ecclesiale.

La liturgia cristiana è fatta innanzitutto da persone, poi da segni; noi con Cristo la costituiamo e attraverso i sacramenti ne siamo trasformati: il battesimo che ci rende per gli altri acque purificatrici e olio che sana e fortifica; l’eucaristia che ci cambia e ci fa diventare Cristo l’uno per l’altro e testimonianza per il mondo che non ancora lo conosce [19] . Così egli diventa visibile in noi(Gal 2,20). Dalla fede vissuta nel sacramento, viene la moralità del cristiano.

Tutto questo costituisce la "parte immutabile di istituzione divina" [20] , che la restaurazione o riforma della liturgia sempre attuata nei secoli, non tocca e che, quanto alle forme rituali, deve essere preceduta da accurata investigazione [21] . Ma si deve constatare, insieme ad autorevoli studiosi come Jungmann, Gamber, Bouyer, Inos Biffi, che tale auspicio è stato disatteso.

Un esempio: la costituzione liturgica raccomanda che "i riti non abbiano bisogno di molte spiegazioni" [22] , invece si assiste a liturgie dove l’eloquenza dei segni è subissata da una colluvie di parole e didascalie che impediscono ai primi di parlare al cuore del fedele. Un altro esempio: si invita a ristabilire ciò che è caduto in disuso: penso all’uso del latino, espressione della parte immutabile della liturgia, pur nel rispetto della varietà, al gregoriano e ai suoi libri da rieditare [23] . La musica sacra è un compito ministeriale [24], perché è ‘sacra’, cioè ha una oggettività che prescinde dal gusto soggettivo anche se se ne serve. Proprio per garantirla la Chiesa si riserva il diritto di essere arbitra delle forme artistiche [25] e di valutare ciò che può essere ammesso.

L’uso della lingua parlata non è necessariamente sinonimo di comprensione. Né comprendere vuol dire rendersi maestri, ma lasciarsi coinvolgere da essa. Noi non capiremo mai totalmente la liturgia, non solo perché essa è il mistero di Cristo, ma perché è essa che comprende noi. E’ il cuore che deve intelligere e ciò è molto più profondo del capire nozioni, riti e simboli nei loro aspetti biblici o antropologici e così via. Oltre l’intelligenza e il cuore, per entrare in essa ci vuole anche immaginazione, memoria, e tutti i cinque sensi, come si è anzi detto, devono entrare in gioco, non solo l’udito, quasi non ci sia più niente da vedere. Più che di spiegazione la liturgia ha bisogno d’essere vissuta con la fede.

Per conoscere la liturgia bisogna entrare in relazione col mistero di Cristo e farsi toccare: tutto questo è ‘partecipare’. Non è necessario comprendere tutto ma lasciarsi prendere anima e corpo. Proprio qui è il significato del “simbolo” sacramentale: esprimere l’invisibile che è indicibile attraverso il sensibile. E’ ben diverso da un segno che rinvia ad altro, il simbolo contiene la realtà spirituale e guida alla contemplazione dell’invisibile. Per entrare, anche psicologicamente, ci vuole tempo affinché tutto l’essere sia coinvolto, soprattutto la fede.

E ci vuole il tempo liturgico che, ritornando come le stagioni, permette al tempo salvifico di correre linearmente verso il compimento, coinvolgendo grazie al sacramento il cosmo e la storia. Senza tutto questo la liturgia diventa talmente disincarnata che è normale che la gente preferisca compiere gesti in un santuario in cui si può almeno fare il giro della statua e toccarla, accendere il cero, deporre i fiori; così disincarnata che è normale che ci si rivolga verso culti esoterici.

3. Guardare alla Croce per essere rivolti al Signore

Nella liturgia noi ‘entriamo’ in adorazione, non la creiamo; la creatività liturgica è possibile solo se ci si sintonizza su questa frequenza della fede, senza della quale la liturgia non ha senso. Essa viene dall’alto, in questo senso la Chiesa la fa, ma ispirata dalla Scrittura e dalla Tradizione.

La liturgia si serve non la si asserve. Si entra conversi ad Dominum per ascoltare, obbedire e accogliere la risposta, specialmente nei sacramenti. L’attore unico della liturgia è Gesù Cristo, non noi che siamo solo ospiti, altrimenti sarebbe un teatro. Essa è la sua epifania, il prolungamento dei suoi misteri dalla nascita alla risurrezione; essa è una realtà mistica nella misura in cui coinvolge anche la mia nascita, la mia vita, la mia morte. La liturgia educa l’uomo attraverso Cristo maestro e la Chiesa madre, cioè lo introduce al significato della realtà e alla sua irriducibile positività, pur sullo sfondo drammatico del duello col Maligno.

Definir la liturgia culmine e fonte l’endiadi celebre della Sacrosanctum Concilium (n 10) resta incomprensibile senza la presenza di Gesù Cristo, che è venuto nel mondo per stare con noi tutti i giorni fino alla fine. Se però chiediamo a laici impegnati, a presbiteri e a vescovi la definizione di liturgia, non risponderanno citando la prima, bensì la seconda. Sembra che teologi e liturgisti nel post-concilio abbiano dimenticata la prima definizione che il concilio dà di liturgia. Invece è grazie a quella che la definizione «culmine e fonte» utilizzata anche da Benedetto XVI in Sacramentum caritatis (nn. 3, 17, 70, 76, 83, 93) ha il suo senso. Ma bisogna anche chiedersi perché la prima definizione sia stata fatta cadere. Forse perché la seconda si presta più facilmente all’idea che la liturgia sia fatta da noi ... con tutte le conseguenze! Il Vaticano II avrebbe avallato tale idea?

Trattando dell’ecclesiologia della Lumen gentium, Ratzinger cardinale dice che il Vaticano II, scegliendo di trattare della liturgia prima di ogni altra cosa, aveva dato l’inquadramento generale ai suoi decreti. Parlare di liturgia, infatti, significa parlare di Dio: “All’inizio vi è l’adorazione e quindi Dio”. Quindi è impensabile far passare un concetto principalmente umano di liturgia, cioè la sua organizzazione, come la vera intenzione del concilio.

L’etimologia ci ricorda che la parola greca ekklesia viene dal verbo kaleo e dall’ebraico corrispondente qahal. La liturgia della chiesa non è una riunione spontanea di popolo che celebra e festeggia a suo modo la divinità, non una congregazione organizzata dai fedeli - secondo qualche liturgista, anche la parola latina celebrare avrebbe sullo sfondo il verbo greco kaleo – ma è convocata da Dio:

“La chiesa deriva dall’adorazione, dalla missione di glorificare Dio…L’ecclesiologia ha a che fare per sua natura con la liturgia…Nella storia del dopo concilio la costituzione sulla liturgia non fu certamente più compresa da questo fondamentale primato dell’adorazione, ma piuttosto come un libro di ricette su ciò che possiamo fare con la liturgia…Quanto più però noi la facciamo per noi stessi, tanto meno attraente essa è, perché tutti avvertono chiaramente che l’essenziale va sempre più perduto” [26]

All’inizio della riforma non si mise in discussione la croce sull’altare o in alto, in modo che lo sguardo del prete da una parte e dei fedeli dall’altra potessero soffermarsi su di essa. Poi pian piano si è teorizzato che poteva essere spostata ad un lato; infine è finita alle spalle del sacerdote – sovente insieme al tabernacolo - e non è più oggetto di attenzione; questo accade mentre il filorientalismo moltiplica le icone ai lati dell’altare nella speranza che siano più venerate. Vuol dire che si sente ancora l’esigenza di aiutare i fedeli a soffermarsi sull’immagine.

Poi, la celebrazione odierna mette il prete al centro con la sua sede: è diventata una liturgia versus presbyterum, non più versus Deum! Il sacerdote è diventato più importante della croce, dell’altare e del tabernacolo! Impariamo dalla liturgia orientale e dalla messa antica ritenuta clericale, in cui la cattedra del vescovo e la sede del celebrante stanno a destra e a sinistra dell’altare, in modo da non dare le spalle e da permettere di guardare lo stesso altare e la croce, insieme il grande segno di Cristo, e nello stesso tempo di essere in testa all’assemblea dei fedeli. Senza fare grandi lavori tutto questo si può attuare, in particolare la croce deve tornare al centro dell’altare o sopra di esso, come Benedetto XVI ha ripreso a fare nelle celebrazioni da lui presiedute. Solo Cristo può essere al centro degli sguardi di tutti (cfr Lc 4,21). Se i segni valgono qualcosa!

La sacra liturgia ha bisogno della nostra umiltà: “Ti preghiamo umilmente”. L’umiltà è la vera misura della liturgia e di conseguenza di noi stessi, perché siamo creature e bisognosi di tutto. Così intesa l’umiltà è verità. Non è la vera adorazione quella fatta in spirito e verità? E’ alla verità che tende l’intelletto. La mediazione tra Dio è il popolo è del tutto sottomessa a quella di Gesù Cristo, non il momento dell’autorealizzazione. Perciò il sacerdote deve avere coscienza di non poter mettere in primo piano se stesso e tanto meno le sue opinioni, ma solo Cristo.

Il senso vero di pròestos, incomprensibile con la parola ‘presidente’, è stare davanti agli altri e in tal senso prae-sedens. Dalla Didascalia siriaca si deduce che il vescovo stava davanti o in testa alla comunità che guardava l’altare verso oriente, tant’è che gli si chiede, nel caso entrasse un povero, di cedergli il posto, cosa che non avrebbe potuto fare se fosse stato seduto di fronte e su un trono. Ancora una volta questo vuol dire umiltà (cfr Sacramentum caritatis, 23).

4. La liturgia riproposta ad ogni generazione

Se quanti amano o scoprono la precedente tradizione liturgica devono anche convincersi “del valore e della santità del nuovo rito”, tutti gli altri dovrebbero riflettere sul fatto che

“nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso” [27]

Le parole di Benedetto XVI richiamano queste altre:

“se da una parte constatiamo con dolore che in alcune regioni il senso, la conoscenza e lo studio della liturgia sono talvolta scarsi o quasi nulli, dall’altra notiamo con molta apprensione che alcuni sono troppo avidi di novità e si allontanano dalla via della sana dottrina e della prudenza. Giacché all’intenzione e al desiderio di un rinnovamento liturgico, essi frappongono spesso principi che, in teoria o in pratica, compromettono questa santissima causa, e spesso la contaminano di errori che toccano la fede cattolica e la dottrina ascetica”

Chi le ha scritte è Pio XII, nell’introduzione dell’enciclica Mediator Dei. La logica è la medesima: la tradizione è necessaria e l’innovazione ineluttabile, ed entrambe sono nella natura del corpo ecclesiale come del corpo umano. Non si oppongono ma sono complementari e interdipendenti. Pertanto non ha senso essere ad oltranza innovatori o tradizionalisti. Semmai bisogna incontrarsi e confrontarsi senza pregiudizio e con grande carità.

Note

[1] Sacrosanctum Concilium, 84.
[2] Ivi, 1,2,104.
[3] Ivi, 8.
[4] Ivi, 5-6.
[5] Ivi, 83.
[6] Ivi, 7a.
[7] R.Taft, Che cosa fa la liturgia? Verso una soteriologia della celebrazione liturgica. Alcune tesi, 129(maggio-giugno 1993), p 14.
[8] Sacrosanctum Concilium, 56.
[9] Pio XII, Mediator Dei; DS 3855.
[10] Sacrosanctum Concilium, 7b.
[11] Ivi, 10b.
[12] Ivi, 61.
[13] Ivi, 2.
[14] Ivi, 14.
[15] Ivi, 11,14.
[16] Ivi, 12,48,105.
[17] Ivi, 61.
[18] Ivi, 55.
[19] Taft , Cosa fa la liturgia, Op.cit., p 15,12.
[20] Sacrosanctum Concilium, 21.
[21] Ivi, 23.
[22] Ivi, 34 ; anche 35,3 e 59.
[23] 50, 36,1, 37,116, 117.
[24] Ivi, 112.
[25] Ivi,122.
[26] L’ecclesiologia della costituzione Lumen gentium, in La Comunione nella Chiesa, Cinisello B. 2004, p 132-133.
[27] Ivi.

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