Neocatecumenali. Senso del peccato e riconciliazione
Partiamo da tre testimonianze concrete che ci inseriscono nel cuore del problema senza teorizzazioni, ma direttamente dal 'vissuto', per riflettere in tutta la sua gravità e con tutta l'ampiezza consentita dai documenti neocat che citiamo, confrontati con gli insegnamenti della Chiesa. L'articolo riporta in caratteri verdi le nostre chiose e riflessioni.
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Dice Aldo:
Per 14 anni ho vissuto nella mia ex-comunità un "gesto" che ancora oggi ho difficoltà a comprendere, mi sono sempre reso conto che era una contraddizione, oggi rileggendo i post di Gianluca mi sono venuti in mente, durante il Triduo Pasquale, vivevamo (come sempre) i doppi segni Giovedì Santo, Venerdì Santo anche la Pasqua... ma il giovedì Santo mi ha sempre turbato.. Durante la Cena Domini in Chiesa il Sacerdote/Cristo lava i piedi ai Suoi Discepoli, (quasi sempre 12 uomini che si offrivano come simbolo). In comunità io come responsabile, lavavo i piedi a tutti i fratelli (circa 40) poi si aprivano le danze, e lì cominciava andi/rivieni di tutti con tutti, .. se ci eravamo offesi durante l'anno, (io a te tu a me) fra marito e moglie, figli ai padri, cantori al responsabile dei cantori... etc. etc. un casino... Gianluca, Mic.. ma che gesto era? cosa facevamo? soprattutto "chi interpretavamo"?.. la comunità che si autoassolve? una specie di "Yom Kippur"? dov'era Cristo? attenzione a questo teatrino ho visto sottoporsi anche Sacerdoti...
Fermo restando che questi gesti "ostentati" non hanno mai portato a vere e profonde riconciliazioni.. forse sono uscito fuori tema, ma forse qualcuno di Voi può aiutarmi a capire... cosa ho fatto in questi anni... perchè io sono uno di quelli che ha ascoltato tutto quello che avete scritto e ci ho creduto...

Dice Michela:
Per rispondere ad Aldo, ho ripescato questo testo che ho scritto tempo fa all'uscita dal cammino.
La Lavanda dei piedi è una scimmiottatura: è un atto di orgoglio che permette di ripetere, da laici, quello che ha fatto Gesù e che nella Chiesa può fare solo il sacerdote durante la celebrazione eucaristica.
E poi c'è l'aspetto, anche questo tenuto un po' nascosto e quindi pericoloso,della riconciliazione tra le persone che non è solo un segno simbolico (come nella Messa lo scambio della pace col vicino), ma diventa quasi un sacramentale, perchè il gesto viene ripetuto nella sua completezza (ci si lava veramente i piedi), e quindi si tende a ritenere che sia quello il gesto che mi riconcilia veramente con il fratello, rendendo quindi la confessione personale, e l'eventuale penitenza qualcosa di secondario rispetto al 'segno forte' celebrato in comunità. I neocat dicono che si legge il vangelo di Giovanni, che è vero, e che ci si attiene a quanto sta scritto lì. Ma in realtà è una autocelebrazione della comunità, (quasi sempre senza sacerdote, e quando possibile nelle case private), per mettere in evidenza il peccato e il fango dell'uomo, e poi autoassolversi l'un l'altro con un gesto di apparente umiltà.
Si fa quello che ha fatto Gesù per dire che in fondo non abbiamo più bisogno di Lui, che possiamo perdonarci da soli. Questa è l'impressone che ho avuto sulla lavanda dei piedi.

Dice Jonathan
Concordo con Michela, è una scimmiottatura. Il Giovedì Santo è proprio un giorno santo. Non sono certa di essere nel giusto, ma ho sempre pensato a questo giorno come al natale della Chiesa, perché natale dell'Eucarestia, del sacerdozio. Gesù si china a lavare i piedi di chi è già mondo, di coloro alle cui mani affida il proprio Corpo, il Sangue e l'Anima, Sé Stesso. Le Sue mani inchiodate saranno da allora in poi le mani dei suoi amici prediletti. Tanto amati e prediletti, che Egli stesso si china ai loro piedi per servirli.
E' Dio Carne che svela il Suo progetto d'amore senza fine.
Il Cnc svuota, snatura, svilisce questo giorno solenne. Estromette l'Eucarestia, e traduce tutto in chiave esistenziale, come sempre. Usa il Vangelo di Giovanni e lo piega ad un consumo ingenuo del Suo 'amatevi come...', attraverso gesti tanto plateali quanto insignificanti.
E questo avviene spesso, lo confermo, in ambienti privati, sale nelle quali normalmente si fanno allegre spaghettate con partitina a carte incorporata. Senza sacerdote, ovviamente.
Il Cnc dimostra così di non aver bisogno di Dio. Basta a se stesso.
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Guardiamo da vicino la predicazione di Carmen Hernandez sulla riconciliazione. (Le citazioni sono prese dagli Orientamenti editi nel '72 a Madrid per le équipes di catechisti)

"Non è per parlarne alle persone tutto quel che dirò, ma perché possa servire come canovaccio, come base per gli innumerevoli problemi che possono presentarsi con le persone. Servirà ad evitare complicazioni, perché il questionario sulla Penitenza si presta a molte discussioni con le persone (p.124)".
È evidente, attraverso questa frase iniziale di Carmen, che i suoi ascoltatori si sentiranno lusingati per la confidenza loro dimostrata: sentiamoci “di casa”, iniziati nei segreti del neocatecumenato. Sono già separati e distinti dalla vil plebe, che non ha diritto di saper tutto. La stessa frase ha anche una finalità didattica, mirando a consigliare i futuri “maestri” – i catechisti – su come meglio operare.

"Non diciamo nulla alle persone di tutte queste cose; semplicemente rivalutiamo il valore comunitario del peccato, la sua natura sociale, il potere della Chiesa, ecc. (p.137)"
Perché il segreto? Perché ella è consapevole che la dottrina che espone è contraria a tutto quello che ha sempre insegnato la Chiesa cattolica e che i cattolici in genere conoscono. Il segreto del neocatecumenato deriva dalla consapevolezza dei suoi responsabili di predicare una dottrina che non è cattolica.

"La Chiesa primitiva considerava peccato mortale quasi unicamente l’apostasia, ossia, la negazione del cammino o l’uscita da esso, perché l’uomo durante il Cammino è debole e cade, ma senza uscire dal Cammino (…) Per questo la Chiesa primitiva non pone l’esame di coscienza al termine del giorno, come fu più tardi introdotto dai Gesuiti, ma invece al mattino al momento di alzarsi, perché convertirsi è porsi davanti a Dio quando si comincia a camminare” (p.128) "
(Quindi nessuna riflessione né responsabilizzazione sul comportamento tenuto, che significa nessuna assunzione di responsabilità…)
Osserviamo che i cristiani della Chiesa primitiva correvano il rischio di morire nell’arena, nel caso non cedessero all’apostasia. Era quindi naturale che questa fosse la loro grande prova, la grande tentazione: quella di divenire apostati. Questo era il loro rischio maggiore più che qualsiasi altro peccato e da qui l’importanza del problema. Ma ciò non significa che i cristiani delle catacombe considerassero, ad esempio, l’adulterio un peccato lieve.
Carmen sostiene che la Chiesa primitiva aveva una nozione di peccato totalmente diversa da quella attuale, e per questo la concezione del Sacramento della Penitenza doveva necessariamente essere diversa...

"Dobbiamo spiegare un poco come con Costantino si entrerà nella Chiesa delle masse, perdendosi quindi la sensibilità della comunità. Non si vede più una comunità che cammina in costante conversione sotto gli impulsi dello Spirito Santo. Vediamo persone che peccano individualmente che sono assolte individualmente e, in seguito, vanno a comunicarsi... Ma tutta una comunità in conversione, che si riconosce peccatrice non la vediamo (p.145)"
E, successivamente, mette in opposizione due Chiese, quella sacramentale (prima di Costantino) e quella giuridica (dopo Costantino), che istituzionalizzandosi diviene giuridica, nella quale il peccato diventa violazione della legge che esige una punizione legale...
Conoscete qualcosa di più falso? Anche se nel secolo scorso può essere invalso un certo "giuridismo" siamo ben lontani da questa concezione di peccato che - la Chiesa ci ha sempre insegnato - è innanzitutto un opporsi a Dio, allontanarsi dal Suo Progetto per noi... e causare innanzitutto la nostra rovina oltre ad avere effettivamente valenze sociali. Invece per Carmen il peccato ha sempre una valenza solo comunitaria.

"Per questo la Chiesa primitiva non pone l’esame di coscienza al termine del giorno, come fu più tardi introdotto dai Gesuiti, ma invece al mattino al momento di alzarsi, perché convertirsi è porsi davanti a Dio quando si comincia a camminare (p.128) "
Mi sembra chiaro che eliminare l'esame di coscienza al termine del giorno elimina il senso di responsabilità e l'esame di quanto operato concretamente nel bene e nel male, mettendosi davanti al Signore e riconoscendo la propria realtà.
All'inizio del giorno puoi fare dei propositi e l'esame riguarda se mai la tua situazione e certo non per lasciarla così com'è, ma per cercare di cambiarla con l'aiuto della Grazia santificante che nel cammino non ha alcun diritto di cittadinanza!

"Le persone si chiedono se è possibile offendere solo Dio. La domanda è posta così perché abbiamo una concezione verticale del peccato, individualista: che siamo noi che offendiamo, in maniera particolare Dio, come se il peccato fosse un'offesa a Dio, nel senso di rubare a Dio la sua gloria. Accreditiamo l'ipotesi che possiamo causare danno a Dio. La prima cosa che dobbiamo pensare è che non si può causare danno a Dio. Dio non può essere offeso nel senso di togliere a Lui la gloria, perché allora Dio sarebbe vulnerabile e non sarebbe più Dio (p. 140)"
Come teologa, davvero carente, Carmen non sa che si distingue la gloria intrinseca di Dio - invulnerabile, infinita e immutabile - dalla gloria estrinseca di Dio, gloria che può essere maggiore o minore, e che risulta diminuita a causa dei peccati degli uomini. Per questo S. Ignazio ha scelto per la Compagnia di Gesù il motto "Ad maiorem gloriam Dei", affermando che essa avrebbe dovuto lottare per la "Maggior gloria di Dio".
Del resto, basta notare quanto il peccato in qualche modo escluda dalle situazioni della storia individuale e collettiva la "Presenza" del Signore, basta vedere il vuoto e i drammi umani e sociali di questo nostro mondo in cui si è perso il senso del peccato. E purtroppo si è perso il senso del peccato come responsabilità individuale, perché è sempre una mancata risposta alla chiamata costante di Dio alla conversione e al progetto che Egli ha per ognuno di noi. Questo non esclude né un ambito comunitario e sociale né la nostra responsabilità anche nei confronti del prossimo; ma tutto è fondato nel rapporto IO-TU che ogni creatura ha col suo Signore, un rapporto che può anche arricchirsi in ambito comunitario (ek-lesìa = la Chiesa di coloro raccolti insieme in comunione nel Signore) per poi dispiegarsi nelle relazioni interpersonali e nelle scelte individuali e collettive; ma è innanzitutto un rapporto pieno e profondo individuale, non di gruppo né in simbiosi. Il Signore ha creato e vuole relazionarsi con delle persone, non con dei burattini.
Il Sacro Cuore di Gesù è un cuore vivo, che gioisce per le cose belle che facciamo e si rattrista per i peccati. In questo senso, il peccato è un'offesa, eccome se è un'offesa... oltre a offendere Colui che è il Sommo Bene, rompe la comunione tra l'uomo e Dio e quindi, senza mezzi giri di parole, offende anche la dignità umana dal momento che l'uomo è tempio del Dio vivente. Duplice offesa, quindi. È ovvio che il peccato ha anche una ripercussione sociale, ma questa è una dimensione successiva, che non sostituisce ma si va aggiungere a quella individuale.
Lo stesso Gesù nel Vangelo dice: "C'è più gioia nel cielo per un peccatore che si converte che per 99 giusti che non hanno bisogno di conversione". Dunque se c'è gioia, va da sé che c'è anche tristezza se non camminiamo nella retta via. Poi è ovvio che si potrebbe discutere anche del fatto che ogni peccato è un altro chiodo conficcato in quella Croce e su quella croce Gesù non ha fatto salti di gioia, mi pare, ma ha gridato, magari pianto... sofferto per tanta indifferenza...
Come può non soffrire tuttora per i tanti peccati che commettiamo?
Ricordiamo il grido di S.Francesco per i boschi de La Verna: "L'Amore non è amato". Gridava a squarciagola, e probabilmente soffriva anche lui, dopo aver sperimentato quell'amore nella sua vita.

"La celebrazione del sacramento della Penitenza ha avuto nel corso dei secoli uno sviluppo che ha conosciuto diverse forme espressive, sempre, però, conservando la medesima struttura fondamentale che comprende necessariamente, oltre all'intervento del ministro — soltanto un Vescovo o un presbitero, che giudica e assolve, cura e guarisce nel nome di Cristo — gli atti del penitente: la contrizione, la confessione e la soddisfazione." [Motu Proprio Misericordia Dei di Giovanni Paolo II]
Da notare che il Papa afferma che c’è stata un’evoluzione nelle forme espressive della celebrazione del sacramento, ma che la Chiesa "ha conservato la medesima struttura fondamentale del sacramento", che comprende: 1. l’azione di un ministro che giudica e assolve; 2. l’azione del penitente che include la contrizione, la confessione, la soddisfazione.
Secondo il Papa in questa struttura nulla potrà mutare e la Chiesa così l’ha conservata; per Carmen, ciò che si è evoluto è la concezione che le persone hanno del sacramento, che è ben diverso da quello che dice il Papa.
È questa concezione evolutiva della fede, dei dogmi e dei sacramenti che fa del neocatecumenato il movimento eretico modernista che è.
Sulla penitenza è ormai noto che i neocatecumenali pongono l'accento essenzialmente sulla confessione comunitaria e pubblica dei peccati, piuttosto che sulla confessione resa al sacerdote. In più nella confessione (non sacramentale) ma comunitaria, che avviene duranti gli 'Scrutini', è il catechista, e non il presbitero, ad interrogare ed a guidare spiritualmente i membri del Cammino. Abbiamo visto che Carmen afferma che "il peccato ha solo una dimensione sociale e, quindi, anche la conversione dovrà riguardare la società. Secondo lei, l'offeso non è Dio ma la Comunità, e quindi sarà la Comunità a perdonare e ad assolvere. La cosa, però, non è poi importante perché in Gesù siamo già stati perdonati". Per i fondatori del Movimento la dimensione reale del peccato è quella sociale e mai quella individuale; inoltre "per Kiko l'uomo sarebbe costretto a peccare: la sua natura non gli permetterebbe di compiere il bene. Sarebbe quindi vano ogni suo sforzo di correggersi". Tra l'altro i fondatori del Cammino hanno una concezione radicalmente pessimista sulla possibilità dell'uomo di evitare il male e di poter scegliere liberamente nella loro vita, per cui "secondo Kiko e Carmen, la conversione non consiste tanto nel dispiacere d'aver offeso Dio e nel proposito d'emendarsi, che in realtà è l'attuazione della Redenzione operata da Cristo, ma semplicemente nel riconoscimento (anche pubblico) delle colpe commesse e nella totale fiducia nella potenza salvifica di Gesù Risorto. Di conseguenza non avrebbe senso insistere sulla Penitenza perché la Santità non è possibile. E' evidente l'influsso luterano della "fede fiduciale": Le "opere della Fede" non sono quelle che scaturiscono da un cuore redento dal Signore, che la vita di fede nella Chiesa rende progressivamente connaturale alla Grazia che riceve nei Sacramenti, ma quelle di chi "crede fortiter" e, nel nostro caso, si assicura la salvezza con l'appartenenza al cammino nc e, in sostanza, resta inesorabilmente peccatore e non sente e non vive la responsabilità della 'risposta' e lo sforzo della 'trasformazione' che è l'effetto della Redenzione.

Ed ecco ancor più chiaramente, come Carmen distrugge il Sacramento della Penitenza:

“Con il Concilio di Trento, e dal XVI al XX secolo tutto rimane bloccato. Appaiono i confessionali, queste casette sono molto recenti. La necessità del confessionale nasce quando si comincia a generalizzare la forma della confessione privata, medicinale e di devozione portata dai monaci… Chi mette i confessionali dappertutto è San Borromeo. Con dettagli che riguardano anche la grata… Adesso comprendete che molte delle cose che diceva Lutero avevano fondamento”(OR, p. 174).
“Ma a Trento si punta tutto sulle essenze, sulla efficacia, e si perde di vista il valore sacramentale del segno. Per questo è lo stesso fare la comunione col pane o con l’ostia che non sembra più pane ma carta, che il vino lo beva uno solo o che lo bevano tutti perché essenzialmente il sacramento si realizza lo stesso.
“Si vedrà dunque molto l’efficacia del sacramento della penitenza per perdonare i peccati e l’assoluzione diventa un assoluto. Così la confessione acquista un senso magico in cui l’assoluzione di per se sola è sufficiente a perdonare i peccati. L’assoluzione ti perdona i peccati e tu resti tranquillo.
“Così abbiamo vissuto la confessione: per l’efficacia assoluta del sacramento si perde di vista il valore sacramentale che è quello che ti fa capace di ricevere questo perdono. Questo passa in secondo piano rimanendo in primo piano e come essenziale il semplice confessare i peccati e ricevere l’assoluzione. La confessione si trasforma in qualche cosa di magico o privato e questo dura fino ai nostri giorni. E’ giunta fino a noi una concezione legalista del peccato, per la quale non importa tanto l’atteggiamento interiore, quanto il confessate esternamente e dettagliatamente tutti i peccati d’ogni tipo. E’ una visione individualista del peccato, completamente ‘privata’. La Chiesa non compare da nessuna parte ed è un uomo che ti perdona i peccati. “Ora potete capire perché questa pratica, oggi, è totalmente in crisi. Per questo la chiamiamo confessione. Non appare da nessuna parte il processo penitenziale né il processo sacramentale. Per questo, e anche perché l’umanità oggi cammina verso visioni sociali e comunitarie del peccato e non legaliste e individualiste, capite come la pratica della confessione sia in crisi. E per questo la gente si comunica tranquillamente senza confessarsi” (OR, p. 175).
“Molti pensano… visto che la confessione personale è odiosa,… ci fossero assoluzioni generali… E per questo non crediate che sia una cosa nuova, perché già Pio XII concesse di dare assoluzioni generali, durante la guerra, a tutti i soldati. I grandi liturgisti dicono che è stato una fortuna che questo non si sia imposto perché avrebbero distrutto completamente la penitenza, rendendola ancora più magica. Perché il valore del rito non sta nell’assoluzione, visto che in Gesù Cristo siamo già perdonati, ma nel rendere l’uomo capace di ricevere il perdono che è ciò che vuole il processo catecumenale ed il processo penitenziale della Chiesa primitiva” (OR, p. 176).
“Uno si sente perdonato nel profondo, quando si sente in comunione con i fratelli. Per questo è importante l’abbraccio di pace… quello che noi facciamo è recuperare a poco questi valori del sacramento della Penitenza, facendo però ancora la confessione privata che è tuttora in uso” (OR, p. 177).
“Tu sei schiavo del male: sei schiavo del maligno e obbedisci alle sue concupiscenze e ai suoi comandi” (OR, p. 129).
“Questa è la realtà dell’uomo: vuol fare il bene e non può. Il marxismo dirà che non può perché alienato dalle strutture… la psicologia… a causa dei suoi complessi psicologici. Tutto questo non mi convince. Il cristianesimo dice un’altra cosa. Dio ha rivelato la realtà dell’uomo così: L’UOMO NON PUO’ FARE IL BENE PERCHE’ SI E’ SEPARATO DA DIO, PERCHE’ HA PECCATO, ED E’ RIMASTO RADICALMENTE IMPOTENTE E INCAPACE IN BALIA DEI DEMONI. E’ RIMASTO SCHIAVO DEL MALIGNO. IL MALIGNO E’ IL SUO SIGNORE. (Per questo non valgono né consigli né sermoni esigenti. L’uomo non può fare il bene).
“Non serve a nulla dire alla gente che si deve amare. Nessuno può amare l’altro… chi può perdere la vita per il nemico… E’ assurdo.
“E chi ha colpa di questo? Nessuno. Per questo non servono i discorsi. Non serve dire sacrificatevi, vogliatevi bene, amatevi. E se qualcuno ci prova si convertirà nel più gran fariseo, perché farà tutto per la sua perfezione personale” (OR, p. 136). [in alcuni casi può essere vero, ma queste sono degenerazioni, da cui la Chiesa insegna a guardarsi! E le vediamo assolutizzate per giustificare i propri insegnamenti difformi.]
“Uno guarda se stesso e si rende conto di essere un comodo cui costa perfino andare in chiesa la domenica e che è triste di non essere capace di cambiare. Al massimo cercherà di fare qualcosina per guadagnarsi il cielo nell’altra vita con qualche opera buona. Non può fare di più perché è profondamente tarato. E’ carnale. Non può fare a meno di rubare, di litigare, d’essere geloso, di invidiare, ecc. Non può fare altrimenti e non ne ha colpa” (OR, p. 138).
“Lo Spirito che Gesù invierà non è affatto uno Spirito di buone opere e di fedeltà al Cristo morto” (Or, p.151). [Non riconosce che le buone opere sono le "opere dela fede" che scaturiscono da un cuore Redento, spiegato più avanti]
“L’uomo che pecca vive nella morte. Ma non perché lui sia cattivo, perché vuol fare del male. Perché questo è religiosità naturale, che crede che la vita è una prova, che tu puoi peccare oppure no. No, no, l’uomo pecca perché non può fare altro, perché è schiavo del peccato” (1°SCR, p. 93).

Per chi accoglie ignaramente queste affermazioni si ha una distruzione del vero senso del peccato. Non è possibile che codesti personaggi si aggirino per la Chiesa senza che nessuno della Gerarchia li fermi.

I neocatecumenali sono soliti affermare, per sostenere la loro attendibilità e soprattutto difendersi dalle accuse di eresia, che "Kiko non ha inventato nulla, lui ha solo preso quello che di meglio - a suo giudizio - gli dona la storia millenaria della Chiesa. Come fa del resto ogni ordine religioso."

Falso: Kiko - oltre a non appartenere ad un ordine religioso - non ha preso quel che gli ha donato la storia millenaria della Chiesa, l'ha semplicemente riscritta, criticandola a morte (leggendo i più volte citati "Orientamenti" o ascoltando le catechesi si evince proprio questo!)

Affermano i neocat che il sacramento della riconciliazione fu istituito solo nel sec XIII (il che è vero, ma non ne giustifica la critica distruttiva, perché esso ha le sue radici nella istituzione della Chiesa, nel "legare e sciogliere" stabilito dal Signore, nella "diakonia della Riconciliazione", di cui parla S. Paolo 2 Corinzi 5,17-21); inoltre essi affermano che il sacramento della Penitenza è solo riconciliazione con la Chiesa e quindi non c'è bisogno di assoluzione, ma basta sentirsi in pace e in comunione coi fratelli, per cui la confessione sacramentale è destinata a scomparire. (Orientamenti pag. 177) Infatti è la comunità che assolve: questo è il vero significato del 'segno della pace' nonché della "lavanda dei piedi", che il Giovedì Santo celebrano nelle case, senza sacerdote! Invece il Sacramento opera la riconciliazione con Dio (la riconciliazione con gli altri e con le cose e gli eventi non può che esserne la conseguenza); il che accade attraverso il sacerdote che agisce in persona Chirsti!
Questi sono gli insegnamenti della Chiesa?

In realtà Kiko fa una storia della Confessione da un certo punto in poi e respinge in modo deciso la Confessione privata e arriva in alcuni punti a beffeggiarla, a ironizzare sui confessionali "casette di legno", "non ridete perché questo è successo anche a me a confessare ogni stupidaggine (riferendosi certo ai peccati veniali). Si arriva addirittura a fare della confessione una devozione per la santificazione personale, cosa che giungerà fino ai nostri giorni". C'è nelle catechesi un punto in cui Kiko fa abboccare le persone semplici col dire: "(...) le persone pensano che perfino il confessionale fu inventato da Gesù Cristo" (p.143)

La confessione così com’è prevista, non va bene. Dice ancora Kiko "Confessandoti ritorni tranquillo. La confessione privata ci ha segnati in questo senso. Ma il Catechismo della Chiesa Cattolica nell’elencare gli effetti spirituali della confessione dice che essa conferisce la pace e la serenità della coscienza e la consolazione spirituale. Se il peccatore non ha offeso Dio, non ha neppure senso la contrizione, il dolore personale. "Come è curiosa l’idea (v. p. 174) di confessarsi prima di fare la Comunione, e questo è durato fino ai nostri giorni. Così abbiamo vissuto noi la Confessione: per l’efficacia del sacramento!". "Attualmente la Chiesa non compare da nessuna parte ed è un uomo che ti perdona i peccati".
Così Kiko non nega solo la finalità del sacramento della Confessione, ma anche il ruolo del ministro ordinato ed il potere che gli è conferito nella persona di Cristo. Nel Cammino i peccati passati, presenti e futuri sono già perdonati in partenza. Ma questo concetto non è cattolico!
Sostanzialmente Kiko contesta la Confessione privata, la Confessione di devozione, la direzione spirituale e la Confessione come mezzo di santificazione: tutte sciocchezze da superare. Si tratta solo di accogliere questo perdono gratuito. "Ma alla gente non dite nulla di tutte queste cose"! La stessa frase ripeterà a proposito della vendita dei beni personali che porrà come condizione per continuare il Cammino Neocatecumenale, per fare certi passaggi e quindi per accedere alla Salvezza. Kiko è cosciente di essere su un’altra strada e raccomanda di non imbarcarsi per nulla in questo discorso quando si parla con la gente "perché creereste un mucchio di problemi".
Tra i modi ricorrenti di vivere la "confessione" è quella coram populo dei propri peccati e delle proprie debolezze che caratterizza ogni passaggio e che indiscutibilmente è una scimmiottatura del sacramento vero della confessione. 
A partire da quest'ultimo punto, si può senz'altro osservare che anche uno psicologo da quattro soldi rispetta i 'tempi' di una persona perché possa aprire il cuore e l'anima (chiamiamolo pure inconscio o anche quella parte consapevole che può essere problematica). E c'è un pudore grande in ogni persona nello 'scoprirsi'! Ma se facciamo fatica a farlo - quando facciamo sul serio - anche cuore a cuore con il Signore!
Esecrabili quelle corali proclamazioni di colpevolezza che sembrano giochi al massacro e quasi quasi viene il dubbio che qualcuno per non sentirsi da meno possa anche amplificare le proprie colpe.
Si può ragionevole pensare che è sano tutto questo? 
Ricordo le raccomandazioni martellanti dei catechisti prima delle penitenziali con confessioni individuali: "Siate chiari e sintetici, non vi perdete in chiacchiere, confessate i vostri peccati con nome e cognome e non allungate il discorso inutilmente!". Ricordo il senso di vuoto che dopo tale esortazione provavi accostandoti al presbitero mentre l'assemblea cantava a squarciagola per coprire le parole, la paranoia di un dialogo che tutto poteva sembrare meno che riconciliazione con Dio e con i fratelli.
Non possiamo non riconoscere contrario agli insegnamenti della Chiesa quanto detto dai catechisti. 
PRIMO, perché la confessione non è l'elenco dei peccati. Per confessarsi occorre innanzitutto scrutare dentro di sé e saper riconoscere cosa c'è dietro a quell'errore ricorrente (dico 'errore' anziché peccato, così attenuiamo anche un po' quella cupa atmosfera di colpevolezza, ma senza voler sminuire la responsabilità). E poi occorre guardare dentro di sé con gli occhi della misericordia di Dio : il Signore ha detto "non sono venuto per condannare, ma per liberare"! Certo poi occorre anche la buona volontà e l'aiuto del Signore, la preghiera, l'Eucarestia. Ma ogni confessione è sempre una tappa ulteriore nella conoscenza di noi stessi alla luce della Parola e dello sguardo del Signore.
SECONDO, perché non allargare il discorso, che invece significa tirar fuori i blocchi, i problemi, le angosce in maniera razionale e consapevole? E' proprio questo che aiuta a crescere nella fede e come persone.
La confessione non è l'autoaccusa (ricordiamo chi è l'accusatore?) ma il discernimento sereno e consapevole, ma anche pieno di contrizione per i peccati - della nostra realtà interiore che si traduce in comportamenti e la ricerca delle modalità per superare le difficoltà e le cadute, con la nostra buona volontà, i consigli che riceviamo dal sacerdote e l'indispensabile aiuto della Grazia.
Poi forse troppo spesso dimentichiamo e certo non ce l'insegnano i NC che la confessione oltre alla CONFESSIO VITAE (la individuazione delle difficoltà, delle cadute, ma anche delle conquiste con l'aiuto della Grazia della propria vita nella fede), in sostanza il bilancio della nostra fatica ma anche della nostra gioia di essere uomini e donne in cammino!! è anche la CONFESSIO LAUDIS, il riconoscimento e la lode per le meraviglie che il Signore ha operato e opera nella nostra vita!! Ed è infine CONFESSIO FIDEI, cioè della fiducia che riponiamo nel Signore che è un affidarsi, un corrispondergli...

la Chiesa non ha mai sollecitato, incoraggiato, concesso in alcuna forma di celebrazione (Non ne abbiamo riscontri nemmeno per la Chiesa delle Origini o - come qualcuno spesso impropriamente dice - per la Chiesa Primitiva) la confessione o la testimonianza corale, pubblica.
La Samaritana ritornando tra la sua gente dopo la guarigione ottenuta gratuitamente al pozzo di Sicar, grida la sua esperienza di fede, ma prima di essa ha ottenuto, in un solo attimo, la guarigione da parte di Gesù nella sua esperienza individuale e "segreta" con lui.

Ridurre, minimizzare, annacquare, mistificare (usare collateralmente o addirittura in sostituzione della confessione sacramentale una mistagogia della confessione sia in senso di pubblica testimonianza della propria fede sia in senso pedagogico per l'assemblea, per il gruppo) non è "cattolico". 
In ogni caso siamo su piani completamente diversi!
Il battesimo neocatecumenale lo dà la comunità alla fine del cammino, l'eucaristia neocatecumenale è fatta dalla comunità, il perdono dei peccati lo dà la comunità neocat. 
"NO HAY VIDA CRISTIANA SIN COMUNIDAD"!!!
Kiko ancora non può eliminare i Sacramenti (per lui "magici") della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, pena l'esserne escluso. Ma solo per ora. Lo stesso concetto di Sacramento che hanno i "cattolici della domenica" è sbagliato per Kiko, è "magico", e sparirà. Per lui è solo una questione di tempo, e Sacramenti e Dogmi cadranno per lasciare posto ad una chiesa tutta nuova...
Per i neocatecumenali la confessione individuale è solo formale, un atto a cui per ora li obbliga il Papa, ma il vero perdono è ottenuto con la confessione davanti alla comunità. 
La prassi vince sulla teoria. 
La psiche prevale sullo spirito. 
I neocatecumenali "si sentono" battezzati, "si sentono" perdonati, "si sentono" in comunione solo per mezzo della comunità, dalla quale ricevono ad ogni evento comunitario, che necessita di rinnovazione perenne, l'esaltazione e l'"allegria" degli 'eletti'. È un 'sentimento' religioso, non un atteggiamento profondo del cuore, 'luogo' delle decisioni ultime: restano tagliate fuori ragione e volontà, esercitate solo nell'adeguamento alle direttive dei catechisti e alle regole del cammino. Un relativismo molto sottile... che si è tagliato fuori dalle radici della Tradizione.

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