Benedetto XVI, il Papa, il programma
Sandro Magister, su l'espresso del 20 aprile 2005
Joseph Ratzinger l’ha
riproposto nell’ultima omelia prima del conclave: “essere adulti nella fede”, non “fanciulli in stato di minorità,
sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina”. Voce per voce, le questioni aperte del suo
pontificato
Lo chiamavano conservatore. Ma Joseph Ratzinger ha
rivoluzionato anche il conclave che il 19 aprile l’ha fatto papa, Benedetto XVI, “umile lavoratore della vigna del
Signore”.
Mai nell’ultimo secolo la scelta di un pontefice è stata parlata in una lingua così schietta e tagliente. Con un
crescendo che, più si avvicinava l’ora della conta, e più si faceva formidabile. Fino all’ultima conferenza sullo
stato del mondo pronunciata da Ratzinger nell’ultimo giorno di vita del papa defunto. Fino, ancor più, all’ultima
sua omelia proclamata in San Pietro “pro eligendo romano pontifice”, poche ore prima che si chiudessero le porte
della Cappella Sistina.
Da cardinale, Ratzinger non ha fatto niente “a buon mercato”, perché lo eleggessero papa. I voti, i consensi, gli
sono caduti addosso l’uno dopo l’altro, mese dopo mese, scrutinio dopo scrutinio, attratti soltanto da quel suo
programma duro come il diamante. All’ultima messa in San Pietro l’ha riproposto con le parole dell’apostolo Paolo:
l’obiettivo è “essere adulti nella fede”, e non “fanciulli in stato di minorità, sballottati dalle onde e
portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina”.
Perché proprio a questo portano i tempi odierni, ha ammonito: a “una dittatura del relativismo che non riconosce
nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.
Contro questo “inganno degli uomini” Ratzinger ha opposto che “noi invece abbiamo un’altra misura: il Figlio di
Dio, il vero uomo”, che è anche “la misura del vero umanesimo” e “il criterio per discernere tra vero e falso,
tra inganno e verità”.
Conclusione lapidaria: “Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo”. E
non importa se “avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo”.
Le accuse di fondamentalismo si sono sprecate, negli anni, contro questo teologo tedesco che oggi è il nuovo capo della
Chiesa cattolica.
Negli anni Sessanta, il giovane Ratzinger seguì il Concilio Vaticano II come perito del cardinale di Colonia, Joseph
Frings. Scagliò i suoi primi dardi contro quel Sant’Uffizio “fuori dai tempi, causa di danno e di scandalo”, che
molti anni dopo sarebbe andato a dirigere. Ma prestissimo, a Concilio terminato da poco, cominciò a denunciarne gli
effetti “crudelmente opposti” alle attese.
Il suo tragitto fu parallelo a quello di altri due teologi di prima grandezza dell’epoca, suoi amici e maestri, Henri
De Lubac e Hans Urs von Balthasar, anch’essi poi divenuti cardinali e anch’essi accusati d’aver svoltato dal
progresso alla conservazione. Ratzinger non si curò mai dell’etichetta che gli venne applicata: “Non sono cambiato
io, sono cambiati loro”.
Strano conservatorismo, in ogni caso, il suo. Capace di scuotere, non di tranquillizzare la Chiesa. Un modello da lui
molto amato è san Carlo Borromeo: l’arcivescovo di Milano che dopo il Concilio di Trento nientemeno “ricostruì la
Chiesa cattolica, la quale anche dalle parti di Milano era ormai pressocché distrutta, senza per questo esser ritornato
al Medioevo; al contrario creò una forma moderna di Chiesa”.
Oggi la svolta di civiltà è non meno epocale, ai suoi occhi. La cultura che s’è imposta in Europa “costituisce la
contraddizione in assoluto più radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose dell’umanità”,
ha argomentato il 1 aprile a Subiaco, nell’ultima sua conferenza regnante Giovanni Paolo II. E quindi la Chiesa deve
reagire col massimo del coraggio, non conformandosi al secolo, non inginocchiandosi al mondo, ma “con la santa
inquietudine di portare a tutti il dono della fede, dell’amicizia con Cristo”.
Nel domani della Chiesa, Benedetto XVI non sogna conversioni di popoli in massa. Prevede in molte regioni un
cristianesimo di minoranza, ma lo vuole “creativo”. Al timido dialogo con i non credenti e gli uomini di altre fedi,
preferisce lo slancio missionario.
Pessimismo e angoscia non gli appartengono, anche qui a rovescio delle etichette correnti. La sua omelia-manifesto del
18 aprile in San Pietro l’ha chiusa invocando una terra “cambiata da valle di lacrime in giardino di Dio”.
È stato così fin da bambino: “Il cattolicesimo della mia Baviera, in cui sono cresciuto, era gioioso, colorato,
umano. Mi manca il senso del purismo. Sarà perché fin dall’infanzia ho respirato il barocco”. Diffida dei teologi
che “non amano l’arte, la poesia, la musica, la natura: possono essere pericolosi”. Ama le passeggiate in
montagna. Suona il pianoforte e predilige Mozart. Suo fratello Georg, sacerdote, è maestro di cappella a Ratisbona, una
delle ultime isole di resistenza della grande polifonia sacra e del gregoriano.
E già questo è da anni uno dei suoi punti di collisione con le novità della Chiesa postconciliare. Contro la
trasformazione della messa e delle liturgie “in spettacoli che abbisognano di registi geniali e di attori di
talento” ha avuto parole taglienti. Altrettanto contro la dilapidazione della grande musica sacra. “Quante volte
celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di Lui”, ha scritto a commento della Via Crucis dello
scorso Venerdì Santo. Dove Lui sta per Gesù Cristo, il dimenticato dalle liturgie tramutate in assemblee di consoci.
Benedetto XVI non ha mai nascosto le sue riserve neppure sulle liturgie di massa celebrate dal suo predecessore. Nella
curia di Giovanni Paolo II nessuno più di lui è stato libero e critico. E anche per questo Karol Wojtyla ne aveva
altissima stima. “L’amico fidato”: così egli definì Ratzinger nel libro autobiografico “Alzatevi, andiamo”,
un elogio mai dato a nessun altro dei suoi collaboratori più stretti.
Da prefetto della congregazione per la dottrina della fede, Ratzinger criticò Giovanni Paolo II su più punti, anche i
più qualificanti del suo pontificato.
Al primo meeting interreligioso di Assisi, nel 1986, neppure andò. Vi vedeva un offuscamento dell’identità del
cristianesimo, irriducibile alle altre fedi. Anni dopo, nel 2000, il documento che arrivò a spazzar via ogni equivoco,
la dichiarazione “Dominus Jesus”, uscì con la sua firma. Scatenò una tempesta di
polemiche. Ma il papa lo difese
in pieno. E nel 2002, alla riedizione corretta del meeting di Assisi, anche Ratzinger andò.
Un altro punto su cui il nuovo papa non era d’accordo con Giovanni Paolo II sono stati i “mea culpa”. Anche
numerosi altri cardinali dissentivano, ma in pubblico tacquero, con la sola eccezione dell’arcivescovo di Bologna,
Giacomo Biffi, che mise nero su bianco le sue obiezioni addirittura in una lettera pastorale ai fedeli. Ratzinger espose
le sue critiche in altro modo: in un documento teologico che rispondeva punto per punto alle obiezioni correnti, dove
però le obiezioni erano tutte riccamente argomentate, mentre le risposte apparivano tenui e traballanti.
Da cardinale, Benedetto XVI criticò anche la serie smisurata di santi e beati elevati agli altari da papa Wojtyla: in
molti casi “persone che forse dicono qualcosa a un certo gruppo, ma non dicono troppo alla grande moltitudine dei
credenti”. In alternativa proponeva di “porre davanti agli occhi della cristianità solo quelle figure che più di
tutte ci rendano visibile la santa Chiesa, tra tanti dubbi sulla sua santità”.
Il linguaggio politicamente corretto l’ha sempre ignorato. Nel 1984, in un documento contro le radici marxiste della
teologia della liberazione, infilò una micidiale stoccata contro l’impero comunista, bollandolo come “vergogna del
nostro tempo” e “schiavitù indegna dell’uomo”. In quello stesso periodo il presidente americano Ronald Reagan
si scagliava contro “l’impero del male”. Circolò la notizia che il cardinale Agostino Casaroli, segretario di
stato vaticano e tessitore di una politica di buon vicinato con Mosca, avesse minacciato le dimissioni, per dissociarsi
dal prefetto della dottrina. Non era vero. In ogni caso cinque anni anni dopo il Muro di Berlino crollò.
Ratzinger s’è sempre distinto come uomo di grandi visioni, non come uomo di governo. Amerebbe una Chiesa più snella.
Le istituzioni di cui essa si riveste al centro e in periferia, la curia vaticana, le curie, le conferenze episcopali,
non vuole che diventino “come la corazza di Saul, che impediva al giovane Davide di camminare”.
Anche per questo reagì con forza, nel 2000, quando un altro valente arcivescovo teologo che gli era ed è amico, il
tedesco Walter Kasper, gli attribuì la volontà di identificare la Chiesa universale con il papa e la curia, in pratica
di voler restaurare il centralismo romano. Ratzinger replicò confutando le tesi di Kasper. E questi intervenne di
nuovo, provocando un’ulteriore replica pubblica.
Al centro della disputa, combattuta a colpi di teologia d’alta scuola, c’era il rapporto tra la Chiesa universale e
le Chiese particolari, locali. C’era cioè la stessa questione che, nei medesimi anni, gli esponenti dell’ala
progressista discutevano in termini più istituzionali e politici, propugnando una democratizzazione della Chiesa, ossia
un primato del papa bilanciato da un maggior potere del collegio dei vescovi.
La controversia sui poteri nella Chiesa ha investito anche il conclave che ha eletto Benedetto XVI, e a lui si è
attribuito il rifiuto di una maggiore collegialità: rifiuto che farebbe da ostacolo anche al dialogo con le Chiese
ortodosse e protestanti.
Ma la realtà è diversa. Proprio l’insospettabile Kasper, oggi cardinale, chiamò “formula Ratzinger” una tesi
sostenuta dall’attuale papa sui rapporti con i cristiani separati, e la definì “fondamentale per il dialogo
ecumenico”. La tesi testualmente sostiene che “Roma deve esigere dalle Chiese ortodosse per ciò che riguarda il
primato del papa niente più di ciò che nel primo millennio venne stabilito e vissuto”.
Nel primo millennio il collegio dei vescovi aveva un peso di gran lunga maggiore. Sarà forse un conservatore come
Benedetto XVI il papa che aprirà la strada anche a questa riforma.
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[Fonte: l'espresso del 20 aprile 2005]
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