La soddisfazione, che non significa abbassare la guardia, ma spinge
a continuare nell'impegno di informazione e 'formazione' in favore
della cultura della vita e della sua sacralità, per una umanità più consapevole della direzione che
vuole prendere, capace dell'uso responsabile di ogni tecnologia, ci spinge a
condividere con voi questa significativa riflessione.
L'esito dei referendum celebrati tra
domenica e lunedì non ha bisogno di aggettivi qualificativi.
Toglierebbero eloquenza ai numeri, che per una volta invece devono
restare - nudi e duri - davanti agli occhi e parlare in tutta la loro
fragranza. Quanto al tormentone già inaugurato su chi sarebbero i
vinti e i vincitori, ci interessa - qui, in umiltà, guardando al bene
del Paese - partecipare all'individuazione di quello che, certo, è il
perdente numero uno di questo fiasco epocale, ossia il potere
mediaticamente costituito e rappresentato - nel caso - dal circuito
autoreferenziale dei grandi giornali, che poi per macchiettistica
simulazione si riflettono in molti dei fogli regionali o provinciali.
Per sei-mesi-sei questi
intellettuali sopraffini che presiedono al lavoro nelle cave
redazionali, con l'ausilio di quegli ineguagliabili lucernari tenuti
in piedi da callidi opinionisti o scienziati arruolati alla bisogna,
si sono prodigati come mai a rappresentare agli italiani una sfida che
tale era solo nelle loro ossessioni culturali o nei calcoli di
carriera personale. Si sono abbondantemente offerti ad un'osmosi
simbiotica con una classe politica refrattaria al vissuto del Paese,
abdicando non solo al proprio tradizionale radicamento ma anche ad un
moderno ruolo di scuotimento e di sveglia. Così armati, hanno
voracemente sfigurato i termini dei quesiti referendari, caricandoli
di significati tanto eccentrici da rendere irriconoscibili i dati di
partenza, prodigandosi con ogni perizia e opulenza per allontanare
dagli occhi dell'opinione pubblica la domandina fatale: e
dell'embrione, sì di questa vita appena iniziata eppure già
irrefrenabile, che cosa è giusto, e doveroso fare?
Ma è bastato che le
informazioni finalmente circolassero, che il lavoro diuturno
effettuato per divulgare l'alfabeto di discipline ardite arrivasse a
destinazione, che la gente comune cioè avesse la percezione esatta
non dei teoremi di lorsignori ma dell'effettiva, semplice e drammatica
posta in gioco, è bastato questo perché immediatamente le intenzioni
di voto scendessero e, nel concreto, si arrivasse a raccogliere quello
che segna il consenso minimo alla nostra classe fru-fru. È avvenuto
cioè quello che i nostri campioni non potevano concepire, ossia che
la gente una volta messa nelle condizioni di pensare con la propria
testa sapeva e voleva decidere davvero, non però nel senso
preordinato, quanto andando piuttosto in direzione opposta, peraltro
senza alcuna inibizione.
Ma è capitato ancora
di più. Ossia che si dovesse infine prendere atto che la Chiesa,
quando parla delle cose che contano, e parla facendosi capire,
appellandosi al sentire profondo del nostro popolo: là dove ella è
riconosciuta interlocutrice singolarmente credibile, ha più ascolto
di certi pulpiti esagitati. Questo il significato profondo dell'evento
di domenica. Si ripete con ciò quello che è avvenuto nel referendum
del 1991: allora si ritrovarono a casa i politici, oggi è finita
sotto giudizio quella classe intellettuale che vive nei giornali e
attorno ad essi. Non si illudano costoro di rimettere in quarantott'ore
tutto a posto, quasi bastasse virare in senso contrario la giostra dei
dispetti e delle piacevolezze. Svecchiare, occorre, metodi e teste, e
poi aria nuova, logiche finalmente diverse.
Colleghi cari, la crisi
è profonda. Prendiamo il coraggio di guardarci allo specchio, e di
prendere le decisioni salutari per noi e per quelli, più giovani, che
nelle redazioni ci sono affidati, e che hanno il dovere-diritto di
crescere in una dimensione altra e austera del mestiere. Il Paese ha
bisogno di un altro giornalismo, non più complice del potere
culturale più forte, capace di andare controcorrente, audace nelle
chiavi di lettura adottate, vero nella credibilità spesa.
Capite bene che di
certe aristocrazie bolse la cittadinanza ormai non sa più che
farsene, suonano spartiti incomprensibili ai giovanissimi e ai giovani
adulti. Il trombonismo sfiatato non si rianima certo perché intona
per la millesima volta il salmo anticlericale. Blateratori del
quasi-nulla. Dissimulatori spietati e cinici. Sodali di menti
indispettite e stanche. Attenti, anche Golìa è crollato.