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L'interpretazione della Scrittura 
in ambito neocatecumenale

Naturalmente apprezziamo e non poco l'aspetto positivo della dimestichezza con la Parola del Signore vissuta e incoraggiata nel Cammino Neocatecumenale. Diffidiamo invece, di alcuni aspetti e comportamenti nel corso dell'esperienza...

Sull'argomento, riportiamo fedelmente la discussione dipanatasi sul Weblog "la Verità sui Neocatecumenali", perché permette di seguire il filo logico della riflessione comune e può essere più fluida e chiara di una 'ricostruzione' ragionata. Ci auguriamo, tuttavia, che possa destare ulteriori spunti di riflessione che, volendo, potreste inserire nello stesso Blog...

Ma, prima, inseriamo una citazione importante che illumina questo aspetto:

"Giovanni Paolo II Fides et ratio

55
...
Non mancano neppure pericolosi ripiegamenti sul fideismo, che non riconosce l'importanza della conoscenza razionale e del discorso filosofico per l'intelligenza della fede, anzi per la stessa possibilità di credere in Dio. Un'espressione oggi diffusa di tale tendenza fideistica è il « biblicismo », che tende a fare della lettura della Sacra Scrittura o della sua esegesi l'unico punto di riferimento veritativo. Accade così che si identifichi la parola di Dio con la sola Sacra Scrittura, vanificando in tal modo la dottrina della Chiesa che il Concilio Ecumenico Vaticano II ha ribadito espressamente. La Costituzione Dei Verbum, dopo aver ricordato che la parola di Dio è presente sia nei testi sacri che nella Tradizione, (Cost. dogm. Dei Filius III) afferma con forza: « La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa. Aderendo ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera costantemente nell'insegnamento degli Apostoli ».(Ibid.) La Sacra Scrittura, pertanto, non è il solo riferimento per la Chiesa. La « regola suprema della propria fede »,(Ibid.) infatti, le proviene dall'unità che lo Spirito ha posto tra la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa in una reciprocità tale per cui i tre non possono sussistere in maniera indipendente.(Ibid.)

Non è da sottovalutare, inoltre, il pericolo insito nel voler derivare la verità della Sacra Scrittura dall'applicazione di una sola metodologia, dimenticando la necessità di una esegesi più ampia che consenta di accedere, insieme con tutta la Chiesa, al senso pieno dei testi. Quanti si dedicano allo studio delle Sacre Scritture devono sempre tener presente che le diverse metodologie ermeneutiche hanno anch'esse alla base una concezione filosofica: occorre vagliarla con discernimento prima di applicarla ai testi sacri.

Altre forme di latente fideismo sono riconoscibili nella poca considerazione che viene riservata alla teologia speculativa, come pure nel disprezzo per la filosofia classica, alle cui nozioni sia l'intelligenza della fede sia le stesse formulazioni dogmatiche hanno attinto i loro termini. Il Papa Pio XII, di venerata memoria, ha messo in guardia contro tale oblio della tradizione filosofica e contro l'abbandono delle terminologie tradizionali.(Cfr Lett. enc. Humani generis (12 agosto 1950): AAS 42 (1950), 565-567; 571-573.)"

 

Aldo ha detto 26 giugno, 2006 17:57
"Perché l'iniziatore dei neocatecumenali afferma testualmente "La Bibbia si spiega da sé", senza intermediazione della Chiesa?
Ovviamente io sono convinto del contrario. Premetto che non ho nulla contro i neocatecumenali, ma avendo letto questa espressione di Kiko Arguello, mi ci sono fermato per cercare di capire.
Insomma, per i neocatecumenali leggere e scoprire i significati della Parola è un fatto individuale o di gruppo, comunque non sorretto e guidato dagli insegnamenti della chiesa (Mi domando in proposito quanto possa essere poi fondata la conseguente predicazione).
Per un comune cattolico invece, come me di A.C., la Bibbia non si spiega affatto da sé o in modo privato o secondo rimandi e parallelismi.
Lo dice S.Pietro nella sua II lettera (1,20-21) "Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio".

Sono pienamente convinto che la Parola è un organismo vivo che parla ai nostri cuori, indipendentemente dal nostro livello di comprensione e sono altrettanto sicuro che da essa non si possa prescindere in un vero itinerario di formazione cristiana e cattolica.
La mia domanda concerne un aspetto preciso che cercherei di sintetizzarti come segue:

Può la predicazione fondarsi soltanto su convinzioni personali maturate attraverso una "lettura" personale della Scrittura sganciata dagli insegnamenti della chiesa?

Non so su altri aspetti, ma su questo il neocatecumenato di Arguello è in grave errore. Ho chiuso e vi saluto.

In cammino ma non nel cammino ha detto 26 giugno, 2006 18:16
Ma non è quel che pensano i protestanti? Qualcosa che ha a che fare col "sola Scriptura" e esclude la "Tradizione" della Chiesa?

Mic ha detto 26 giugno, 2006 18:20
Per Aldo,
intanto ti trascrivo questa sintesi dal Catechismo della Chiesa Cattolica. Poi, appena posso ricollegarmi, ti dirò il mio pensiero per quanto riguarda i NC, che da questo sono decisamente lontani.

81 " La Sacra Scrittura è la Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l'ispirazione dello Spirito divino". Quanto alla Sacra Tradizione, essa conserva "la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli", e la trasmette "integralmente ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano".

82 Accade così che la Chiesa, alla quale è affidata la trasmissione e l'interpretazione della Rivelazione, "attinga la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di rispetto" [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 9].

84 Il "deposito" ( 1Tm 6,20 ) [Cf 2Tm 1,12-14 ] della fede ("depositum fidei"), contenuto nella Sacra Tradizione e nella Sacra Scrittura, è stato affidato dagli Apostoli alla totalità della Chiesa. [...].

85 "L'ufficio di interpretare autenticamente la Parola di Dio scritta o trasmessa è stato affidato al solo Magistero vivente della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo", [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 10] cioè ai vescovi in comunione con il successore di Pietro, il vescovo di Roma.

95 "È chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che non possono indipendentemente sussistere e che tutti insieme, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l'azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime" [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 10].

Miriam ha detto 26 giugno, 2006 18:30
Propongo ad Aldo una mia riflessione che naturalmente non esaurisce l'argomento.

Innanzitutto faccio notare che nessuna delle affermazioni che si riscontrano in ambito neocatecumenale, se presa a sé, può definirsi falsa. Anche questa, che riguarda il fatto che la Bibbia si commenta da sé. Ad esempio anche i Rabbini dicevano che la Bibbia si commenta e si spiega da sola. Questo lo riscontra qualunque 'frequentatore' della Scrittura, cui spesso, in risposta, o come 'risonanza' di un certo passo, torna alla mente qualcosa di corrispondente in altre parti dei Sacri Testi. 

L' anomalia sta nel fatto di assolutizzare questo discorso (è uno dei tanti 'inganni sottili' della predicazione neocatecumenale) e di credere e far credere di poter fare a meno del Magistero o di una esegesi illuminata della Chiesa che sconfini dall'alveo esclusivo della costruzione kikiana.

Anche perché, se non c'è un 'ascolto' nello Spirito della Parola, che è enormemente aiutato da una solida formazione all'esegesi e da una frequentazione degli insegnamenti e dei Sacramenti nella Chiesa, che certo non si trova nelle catechesi del cammino, si corre il rischio di far dire alla Parola quello che vogliamo noi e non quello con cui ci vuole interpellare!

Aldo ha detto:
Non ho nessun rapporto speciale con la Scrittura se non quello di un comune credente che cerca di distinguere il momento dell'approccio alla Parola finalizzato alla preghiera, alla conoscenza di essa e alla richiesta di conforto ad essa, dal momento dell'interpretazione, per la quale mi affido abitualmente al Catechismo della Chiesa Cattolica. Tutto qui! Se poi dovessi fare una predicazione, certamente non mi affiderei soltanto alla lettura e all'interpretazione personale della Parola ma, consapevole dei miei immensi limiti e dell'insegnamento della Chiesa, mi incollerei sulla bocca il Catechismo di Ratzinger.

Dominico ha detto 26 giugno, 2006 18:44
L'interpretazione (del tutto umana) delle sacre scritture che ripudia o ignora quanto dice il magistero della chiesa consente di costruire una storia della chiesa del tutto artificiosa, su cui innestare un'ALTRA CHIESA

In cammino ma non nel cammino ha detto 26 giugno, 2006 18:49
Leggete questo stralcio da una intervista al card Ratzinger sul problema del "sola scriptura". Lui qui parla dello "strappo" operato da Lutero, che sosteneva lo stesso principio espresso dall'iniziatore del cammino NC

Card. Ratzinger:
"In effetti credo che quello fu il momento decisivo, perché in questo modo si abbandonava l'idea cattolica di una Chiesa interprete autentica del vero senso della Rivelazione. Lutero non poteva più condividere quella certezza che nella Chiesa riconosce una coscienza comune superiore all'intelligenza e alle interpretazioni private. Così la relazione fra la Chiesa ed il singolo, fra la Chiesa e la Bibbia era radicalmente mutata. [...] Del resto questo problema sta in modo considerevole al fondo anche dei nostri colloqui con teologi cattolici: la teologia cattolica deve interpretare la fede della Chiesa; ma là dove essa passa direttamente dall'esegesi biblica ad una ricostruzione autonoma del teologo (o di Kiko -ndr), si fa qualcosa di diverso".

Mic ha detto:
Penso che Aldo si riferisce all'assolutizzazione della interpretazione personale, staccata da quella della Chiesa.

Non si riferisce certo alla dimestichezza con la scrittura né al fatto che questa sia una cosa positiva del neocatecumenato.

Nel cristiano la frequentazione individuale della Scrittura, irrinunciabile soprattutto perché interpella la vita e diventa nostra vita in base a quello che ci rivela e a cui rispondiamo, non è autoreferenziale.
Infatti, per maturare nella fede, si ha bisogno di confrontare i dinamismi interiori e le intuizioni che la Parola provoca con un Padre spirituale, che normalmente è un sacerdote o in un gruppo ecclesiale guidato da un sacerdote, anche per meglio apprendere sia i metodi di approccio alla scrittura che tante più approfondite interpretazioni (i quattro famosi livelli). Insomma il benedetto cammino di fede nella Chiesa, dove per me è garante un sacerdote e non un catechista, con quel po' po' di predicazione difforme che abbiamo evidenziato in più occasioni.

Aldo ha detto 26 giugno, 2006 19:02
Grazie, mi avete dato l'occasione di approfondire la riflessione e direi questo: se ci si nutre solo dell'interpretazione personale si corre il rischio, anzi si incorre con certezza nell'errore di un confronto con la Parola estremamente individualista o narcisista, esposto a pericoli enormi di fraintendimento. E se la predicazione si fonda su questa abitudine rischia a sua volta di vendere fumo.
Inoltre, se il discorso è riferito al comune credente, la situazione può essere pericolosa (perché sganciata dall'insegnamento della chiesa), ma i 'danni' per cosi dire sono limitati al singolo individuo.
Se invece tale metodologia è seguita dal predicatore laico (mi pare si usi la definizione di Catechista) allora la metodologia diventa assolutamente più pericolosa perché la predicazione fondata su convinzioni personali maturate su uno studio soltanto "umano" della Scrittura, può sicuramente deviare dal solco entro cui fa stare la chiesa.
Altra cosa, infatti, è nutrirsi di Lectio Divina, che è pratica ecclesiale specifica e sicura e sana, non esposta a fraintendimenti, specialmente se corroborata da un'altrettanto sana adesione all'insegnamento della Chiesa.  

Giuseppe ha detto 25 settembre, 2006 19:24
Nella prassi neocatecumenale, da un insieme di letture, si deve far 'uscire' una parola che "parla profondamente alla tua vita, quella di adesso", e che funge da trait d'union delle parti. Il processo è ricorsivo, avrebbe una natura per così dire creativa, ed è per lo più slegato dal contesto e dall'esegesi dei testi, il valore della "profezia" così ottenuta è funzione del presunto carisma personale...

Potremmo chiamarlo un fondamentalismo biblico con aspetti "carismatici".

Non c'è assolutamente nulla di cattolico in questo procedimento.

Aldo pensa forse a una realtà di tipo carismatico, (dove il rischio di lettura fondamentalista c'è) ma forse qui c'è perfino qualcosa di diverso e di più, molto di più. Il procedimento di cui parlavo è un riflesso di quello originario, usato dal fondatore ed applicato nelle comunità a causa della sua "efficacia". Naturalmente la riuscita, il "frutto", dipende dalla quantità di "carisma" personale, come ti dicevo. Sempre riguardo al procedimento, l'insieme di letture va interpretato, le fronde di un albero ad esempio sono diverse fra loro nella forma ma sono nutrite da una stessa linfa. È questa linfa che dà il significato e fonda l'interpretazione, è così che nasce il frutto, che si nutre della linfa e del quale si nutrirà poi a sua volta lo stesso lettore della parola (uso il termine minuscolo per evitare fraintendimenti). Israele esce dall'Egitto? È il CNC che esce dal regno del male, con a capo un profeta e un presbitero, in marcia per purificare il cuore nelle ristrettezze del deserto. Dio provvede la manna al suo popolo affamato? È il CNC che si nutre della parola e della mensa. Guarda il Levitico: le tende, Balak e Balaam... (scusate le banalità ma è per dare l'idea). Ma forse non è da credere che l'interpretazione sia libera, o basi su un sostrato comune dal quale attingere con libertà, sarebbe troppo semplice.
Fuor di metafora: il fondatore del CNC è molto sensibile ai "segni" ed ai "simboli", il segno è composto da un significato ed un significante, il simbolo è un tipo speciale di segno: tra il segno (es. la parola) e ciò che esso significa vi è un rapporto di convenzionalità; nel simbolo invece il contenuto non è indifferente, poiché tra simbolo e oggetto simbolizzato si pongono relazioni di somiglianza o analogia. Del concetto di simbolo si avvale la riflessione teologica cristiana, non mi dilungo sul suo rapporto con l'allegoria nella storia del pensiero teologico medievale e barocco. Il simbolo nel pensiero moderno passa poi ... nella riflessione estetica (ma guarda un po'...)
Per il kikismo nella dimensione del simbolo è probabilmente racchiuso uno sfondo metafisico che presuppone segrete affinità, quasi una mistica compenetrazione reciproca, tra il mondo visibile e il divino invisibile. Il simbolo qui non ha un contesto di tipo storico, non attinge ad immagini in qualche modo socialmente condivise sfociando nell'allegoria (la quale appartiene sempre alla sfera del logos), ma sarebbe un mezzo atto a penetrare l'infinita ricchezza dell'unità divina.
Il CNC, almeno ad un certo livello, non vuole essere fondamentalismo biblico (lo è probabilmente solo per i quadri inferiori) ma una vera e propria "gnosi", le parole avrebbero infiniti significati, sarebbero segni senza un significato univoco, privi di denotazione ma con infinite connotazioni, le parole assumerebbero un senso estetico, come i movimenti in una danza: che importano le parole quando tu "sai", hai la chiave per l'interpretazione, hai la "linfa" che scorre in te, ti nutre, ti trasforma...
Guardate che si dice di fare nel CNC: ritrovare i significati dei simboli che sarebbero stati perduti e/o che nessuno conosce né vive più. Vale per i simboli cristiani, e vale anche per quelli ebraici. Ma questi simboli sono scelti non casualmente e non tanto in rapporto al significato che il loro contesto offre (ammesso e non concesso che il simbolo in questione abbia perduto il suo contesto o lo abbia snaturato), ma in rapporto al significato originario della "rivelazione kikiana". Ecco perché da fuori viene spontaneo dire che certi simboli sono fuori dal loro contesto: certo, ma sarebbero entrati in un contesto "altro", "nuovo", quello di Kiko, avrebbero un significato che è lo stesso ma nello stesso tempo "altro".

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Pagina inserita 10 luglio 2006